Prof.
Giovanni Siri
- Docente di Psicologia dei Consumi
- Direttore Istituto Consumi e Comunicazione Impresa IULM
di Milano
Stili
di vita e stili alimentari nell'evoluzione socio-cultu-rale
degli italiani:
la costante affermazione degli alimenti surgelati presso
il consumatore
La cultura italiana, in quanto mediterranea, vede confluire
nel rapporto con il cibo valori, rituali e significati
diversi: il cibo, il nutrire sé stessi, e il
pasto, il condividere l'atto di alimentarsi, divengono
in questa cultura occasione e veicolo di esperienze
assai più complesse che vanno ben oltre il livello
del "rifornimento di carburante".
D'altro canto nella modernità l'Italia si è
trovata, geograficamente e cultu-ralmente, a cavallo
tra culture latine e culture nordiche: il suo ruolo
storico è stato così spesso quello di
conciliare cultura umanistica e cultura tecno-logica
in molti campi. Non ultimo tra essi la cultura (oserei
dire la filosofia) dell'alimentazione, fino a divenire
il paese cui gli Stati Uniti (per molti versi un leader
della "mentalità tecnologica") hanno
riconosciuto di essere il cu-stode della "dieta
mediterranea".
In un certo senso anche il modo in cui lentamente e
progressivamente l'alimento surgelato è stato
integrato nello stile di vita degli italiani riflette
questo grande sforzo di conciliazione tra una civiltà
della efficienza orga-nizzativa e funzionale e la ricerca
di significati affettivi e sociali in ogni aspetto della
vita quotidiana, da cui in definitiva scaturisce quella
"qualità della vita" che molte nazioni
ci riconoscono e ci invidiano, e spesso proprio ritrovandolo
nella qualità della nostra cucina, nello stile
della nostra alimen-tazione e nel tipo di relazioni
e sentimenti che circondano il nostro "stare a
tavola".
Ripercorrere le tappe attraverso cui l'atteggiamento
degli italiani - oggi sempre più positivo e favorevole
all'alimento e al piatto pronto surgelato - si evolve
significa così rivedere il film della evoluzione
dei nostri stili di vita e dei valori (naturalmente
non solo gastronomici), e significa anche ren-dersi
conto come, anche in questo caso, non possiamo parlare
di una resa della nostra cultura alla pressione dei
modelli anglosassoni e statunitensi ma piuttosto dello
sforzo di accogliere la modernizzazione alimentare cer-cando
sempre di coniugarla - anche nel caso del surgelato
- con la nostra tradizione, alla ricerca di una qualità
organolettica ed emotiva che comun-que non permette
di ridurre l'alimento a puro "cibo" né
la praticità a con-sumo superficiale, e neppure
deprimente l'attenzione da dare a noi stessi ed agli
altri attraverso l'assunzione e la condivisione degli
alimenti. Del re-sto, la cultura mediterranea si incardina
sull'archetipo della "madre", e nella mediazione
del rapporto fondamentale madre - bambino, nutrirsi
è al tempo stesso alimentarsi, essere protetti,
relazionarsi, giocare.
In questo ultraquarantennale cammino possiamo agevolmente
distinguere quattro fasi.
La prima, che possiamo datare grosso modo all'intero
decennio degli anni '60, riguarda l'ingresso iniziale
dell'idea di surgelato e, quindi, dei primi prodotti
surgelati. In questa prima fase la surgelazione viene
assimi-lata alla conservazione in scatola, ed è
intesa come una tecnica di mante-nimento di ingredienti
che altrimenti dovrebbero essere gettati via o riciclati
rapidamente dedicando tempo ad una rielaborazione manuale.
E' l'epoca in cui ci si familiarizza con lo scomparto
"freezer" del frigorifero, che sta di-venendo
una suppellettile di massa nelle case degli italiani,
ed in cui l'idea di conservazione attraverso il gelo
non è inizialmente male accolta: occorre ricordare,
infatti, che prima di questo importante ausilio tecnico
si usavano barre di ghiaccio assai scomode, oppure si
doveva sprecare il cibo o gli ingredienti.
L'uso dello scomparto "freezer" appare assai
positivo in quanto consente, ad una famiglia italiana
che aveva quasi sempre in casa prodotti freschi arrivati
dall'orto o dalla campagna o dal produttore o dal negoziante
di "fiducia" (proprio perché poteva
vantare una produzione diretta o l'accesso diretto alla
"campagna") di prolungare la durata di questi
alimenti e quindi di aumentare la possibilità
di "avere in casa" prodotti legati all'origine
"naturale" e "buona" (in una sovrapposizione
di gusto e di etica) delle ma-terie prime da trasformare
grazie alla fatica domestica. In questo senso la possibilità
di "conservare in freezer" si contrappone
alla necessità di usare prodotti in scatola,
comunque ritenuta poco positiva nonostante la guerra
avesse fatto apprezzare come utile anche questa tecnologia.
In un secondo momento di questa fase, quando cominciano
ad affacciarsi veri e propri alimenti surgelati confezionati,
si delinea invece un atteggia-mento di diffidenza e
di sospetto, perché viene meno la possibilità
di un controllo "diretto" (o presunto tale).
L'origine industriale del surgelato, con-fermato dall'apparire
di congelatori (allora per lo più separati dal
frigorifero: il combi appare sistematicamente solo in
un periodo successivo), nuovo ospite di una casa che
comincia anche ad avere problemi di spazio, evi-denzia
il passaggio da una "catena alimentare" immediata
alla presenza della mediazione dell'industria. Naturalmente
si tratta di un processo che riguardava tutto il comparto
alimentare (a cominciare dalla pasta, dal caffe e dallo
zucchero) ma che nel caso del surgelato si rendeva evidente
per la impossibilità di considerarlo solo come
un packaging che facilitasse la di-stribuzione, senza
alterare in sostanza il "vecchio" processo
di lavorazione. Così in questa fase nascono una
serie di ansie e di miti attorno alla surge-lazione:
ricordo tra tutte il timore di una alterazione cellulare
dovuta alla rottura della membrana nel processo di surgelazione;
l'idea che esistes-sero più fasi di surgelazione
e di congelamento; il timore che passasse troppo tempo
tra il momento della raccolta e la surgelazione; il
timore che nel trasporto la temperatura scendesse sotto
i limiti di garanzia per l'inte-grità del surgelato;
l'accumulazione di cariche batteriche dentro il congelatore
di casa e così via. Pur non essendo idee del
tutto errate in sé ciò che colpiva allora
i ricercatori era l'ansia, a volte l'angoscia con cui
essi veni-vano vissuti e riversati sugli intervistatori.
Segno che in gioco era non tanto il "problema"
specifico, ma anche il distacco da canoni noti, da procedure
familiari, l'affacciarsi della minaccia del dissolversi
di un mondo familiare verso un nuovo ed ancora incerto,
per molti minaccioso, orizzonte.
La seconda fase possiamo farla coincidere con gli anni
'70 e i primi anni '80: è questo un periodo che
vede l'attenuarsi di queste ansie e l'emergere di una
integrazione del surgelato negli stili di vita. Molti
fattori hanno giocato in questo viraggio: di certo la
familiarizzazione con questa esperienza, ma anche l'accelerazione
sostanziale del mutamento di ruolo della donna e degli
stili di vita familiare, che hanno reso indispensabile
il poter disporre di un frigo - congelatore (che ora
diviene uno standard del-l'arredamento della cucina)
che eviti il tempo - spesa e faciliti la disponibi-lità
di cibo, che permane comunque ancora largamente affidato
alla mani-polazione diretta della donna. Si inizia così
a percepire il surgelato come "commodity"
positiva, pur limitandone l'impiego ad alcuni alimenti
più fati-cosi da preparare o non sempre reperibili:
le verdure, il pesce, talora le carni. In questa fase
si esprime una delle peculiarità che caratterizzeranno
il surgelato italiano rispetto a quelli presenti in
mercati come quello tedesco o inglese: la ricerca accurata
di un packaging piacevole, elegante, che rappresenti
l'ingrediente o il piatto nella sua forma ideale ed
al tempo stesso naturale, quasi a rassicurare che si
tratta sempre di ciò che cono-sciamo ed amiamo,
e non di una cosa cheap, artificiale (come accade in-vece
quando si guardano alcuni prodotti esteri...).
Anche qualche piatto pronto o semi pronto si comincia
ad affacciare nei banchi del supermercato (altra realtà
che inizia ad imporsi al costume del-l'acquisto, parzialmente
soppiantando il "caro, vecchio negozio di alimen-tari
di fiducia"): inteso per ora come emergenza, come
"ultima spiaggia" (ricordo l'uso di questa
espressione da parte di una intervistata) da non of-frire
di certo ad ospiti. Per quanto limitante ci possa oggi
apparire questo orizzonte, esso ha segnato il passaggio
dal timore e dal rifiuto ad una ac-cettazione condizionata,
in cui già emergeva anche l'orgoglio per la capa-cità
di usare queste nuove possibilità come strumenti
di liberazione ed an-che come segnali di modernità,
quasi a liberarsi del retaggio contadino, e dell'idea
di famiglia ripiegata su se stessa, e di una Italia
provinciale. An-che questi aspetti contano in questo
iniziale viraggio, che tuttavia non vuole mettere per
nulla in discussione l'ideale della "cucina della
mamma" ma che in qualche modo gode anche nel sottolineare
questa distanza come emancipazione e progresso.
L'integrazione dei due aspetti avviene spesso attraverso
il gioco della inte-grazione manuale a cura della donna:
il prodotto non deve essere del tutto "pronto",
ma lasciare la possibilità di intervento, anche
creativa e persona-lizzata, da parte della donna. A
queste condizioni si attenua il vissuto di senso di
colpa per aver "delegato" all'industria qualcosa
che fa parte ancora, psicologicamente, dei propri "doveri".
La terza fase copre la maggior parte degli anni '80
fino, all'incirca, alla metà degli anni '90,
ed è la fase in cui non solo si espande l'impiego
di alimenti surgelati ma comincia anche ad entrare in
casa l'uso di piatti pronti o semipronti. La logica
di ingresso di questa tipologia di "piatto pronto"
av-viene essenzialmente attraverso alcuni attenuatori
morali del significato dell'adozione di questo prodotto
industriale. Sullo sfondo comincia ad agire potentemente
il vissuto della "donna che lavora", la quale
a questo punto si sente non in colpa ma in credito:
dal momento che il lavoro non l'ha libe-rata dagli altri
carichi domestici (acuiti anzi dalla sempre minore disponibi-lità
degli aiuti parentali della famiglia allargata) essa
sente il diritto di ricor-rere a tutte le forme di "aiuto"
possibile, e quindi anche ad utilizzare pro-dotti pronti.
In secondo luogo cresce la presenza di nuove categorie
sociali: i single e gli anziani, che trovano utile e
gratificante la disponibilità di piatti pronti,
non punitivi e non faticosi. In terzo luogo si è
ormai acquisito lo stile alimentare basato sulla "destrutturazione
del pasto", e l'abitudine a nutrirsi, in particolare
a mezzogiorno, a toast e spuntini o di fast food: il
che fa cre-scere la voglia di un pasto più strutturato
alla sera, e non importa se per avere un piatto "vero"
bisogna ricorrere al piatto pronto surgelato.
Su questo sfondo si innestano però almeno tre
meccanismi psicologici at-tenuatori. Uno è quello
della accresciuta importanza del momento - pasto (serale)
come momento di rilassamento e di socialità distesa:
la qualità "idealmente tradizionale"
del cibo conta meno della possibilità di rilassarsi
e stare con i familiari e con gli amici, e dunque o
al ristorante (in questa fase storica sale enormemente
la presenza di italiani al ristorante: altra ca-ratteristica
specifica del nostro paese), oppure una cena in casa
ma non faticosa per nessuno, veloce da preparare. E
però - ed ecco il secondo at-tenuatore psicologico
- un po' esotica, un po' diversa. Il piatto pronto non
deve replicare quello che - con un po' di tempo e fatica
in più - possiamo preparare anche noi: deve essere
occasione di esplorazione, di cosmopo-litismo, di esoticità.
Nasce così il successo del risotto al curry,
della paella, dei fagottini ripieni... in sostanza di
piatti che non prepareremmo mai in casa, o perché
sono troppo complessi o perché fanno parte di
tradizioni culinarie che non padroneggiamo. In questo
modo la coscienza è a posto, e il bisogno di
tradurre il momento della cena in una occasione di evasione
e rilassamento è efficacemente assecondato. Il
terzo attenuatore sta nella distinzione tra il tempo
infrasettimanale e il week - end: il sabato e la do-menica
divengono facilmente i momenti in cui la coppia (e non
solo la donna) si dedica a preparare pranzi o cene per
sé o per gli amici giocando a fare i cuochi,
dedicando tempo ma anche curiosità e creatività
alla prepa-razione del cibo, mentre negli altri giorni
si può tranquillamente ricorrere ad un buon piatto
surgelato.
Infine la quarta fase, che possiamo datare grosso modo
dopo la se-conda metà degli anni '90 ad oggi,
è quella che vede entrare definitiva-mente il
piatto pronto surgelato, in modo particolare il primo
ma anche il secondo, nella shopping list delle famiglie
italiane. Un iniziale contributo a ciò giunge,
paradossalmente, da una serie di timori sollevati sul
cibo dagli allarmi ecologici e ancor più dalla
manipolazione genetica: rispetto a que-ste ansie il
surgelato appare il frutto di una tecnica "sana",
che in fondo non altera il cibo. Si è poi definitivamente
imposta l'idea che le nuove e mo-derne tecnologie di
surgelazione consentono di "bloccare" il prodotto
nel pieno della sua freschezza e permettono al consumatore
di usufruirne con la massima comodità e semplicità
nonché con la migliore resa organolet-tica, grazie
anche alle pratiche tecnologiche dell'Iqf (individually
quick fro-zen) e dello stir fry. Dobbiamo poi ovviamente
registrare l'estendersi ed il penetrare della pratica
della destrutturazione del pasto, della maggiore autonomia
della donna dal ruolo di angelo del focolare (anche
quando essa non lavora), l'ampliarsi dei target anziani
e single, l'uso del week - end in seconda casa ( in
cui o si mangia fuori o non si vuole fare fatica per
prepa-rare piatti impegnativi), la indubbia e vincente
crescita di qualità e innova-zione dell'offerta.
Si consolida poi decisamente la fiducia nel brand, si
in-staura un recupero di credibilità nella industria
alimentare, si accetta ormai integralmente che essa
sia in grado di fare prodotti di ottima qualità,
di of-frire un rapporto comodità/qualità/novità
assolutamente buono. Si accresce poi l'esigenza di "liberare
tempo" per la qualità del rapporto con sé
e con gli altri nel momento alimentare. Nasce anche
una nuova fiducia circa l'equilibrio dietetico dei prodotti
industriali: consapevoli delle esigenze die-tetiche
peculiari a chi vive in una realtà artificiale
come quella moderna e cittadina, sembra più "omologo"
un cibo nato su misura per questo tipo di esigenze non
alimentari ma dietetiche. L'allontanarsi dell'esperienza
con-creta del cibo "tradizionale" (quello
"della nonna") e la scomparsa dei sensi di
colpa residui consente ora di accettare positivamente
la proposta surge-lata di piatti tradizionali e non
solo esotici: sempre mantenendo però un aspetto
ricco, un package sfizioso, una ricetta non banalissima.
Ecco ma-turi i tempi per includere nei piatti pronti
surgelati le mille ricette della no-stra tradizione
nazionale e regionale, con una ricchezza e una varietà
di offerta ( in modo particolare per ciò che
riguarda i primi piatti ma anche con una vastissima
presenza nel segmento secondi e contorni ricettati)
da sfio-rare l'aggiornamento quotidiano nei banchi frigoriferi.
Viene così a comple-tarsi il passaggio dall'esotismo
esterofilo all'esotismo regionale: le ricette tipiche
delle varie regioni, i piatti di una ricchezza tutta
italiana di varietà e golosità, piatti
anche semplici in sé ma non usuali nella nostra
città o re-gione. Tutto tende alla maggiore accettazione
del piatto pronto surgelato, ma sempre lontano da una
condizione funzionale, anzi nel segno di una ri-conosciuta
qualità globale dell'offerta, legato in ogni
caso ad un'idea di fe-stosità e capace nel contempo
di rinnovare il rapporto con la tradizione; di esaltare
la socialità e non di deprimerla; di incuriosire
e di esplorare e non di ripetere monotonamente; di proporre
ricette da gourmet in forma sempli-ficata e democratizzata.
Quali i prossimi orizzonti? L'offerta di prodotti surgelati
ad alto contenuto di servizio, caratterizzati da un
concetto di qualità globale è ancora lungi
dal-l'aver esaurito la propria spinta propulsiva. E'
certo però che la sfida dei prossimi anni, per
i principali produttori del settore, si giocherà
sulla ca-pacità di proporre un'incessante e stimolante
innovazione di prodotto. Im-portanti società
di ricerche sul consumatore segnalano, infatti, la dinamicità
del comparto, ma sottolineano l'importanza di continuare
a porre sul mercato una serie di item sempre più
orientati verso la categoria delle "meal solu-tion",
in grado di superare i confini strutturali del freezer
e di generare nuovi volumi attraverso processi innovativi
e di soddisfare nuovi bisogni di con-sumo indipendenti
dalle modalità di conservazione.
In sostanza la parabola ascendente del surgelato appare
consona alla conciliazione tutta italiana di qualità,
festosità, fantasia, socialità e praticità.
Lungi dall'esaltare unicamente il valore di commodity
deprimente, il surge-lato sta da noi permettendo di
far sopravvivere i valori profondi della nostra tradizione
alimentare, riuscendo a fondere mirabilmente due obiettivi
fon-damentali: grandi volumi di vendita e grande qualità
dell'offerta.
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